UNITI CONTRO I NUOVI OGM

UNITI CONTRO I NUOVI OGM

Nel deserto desolato dell’informazione italiana la notizia dell’approvazione della sperimentazione dei nuovi OGM in campo aperto, è apparsa come una opportunità per risolvere le carestie dovute al clima impazzito. La norma è stata infilata, appunto di soppiatto, nel decreto sulle emergenze climatiche di giugno 2025.

A gran forza e con un’unica voce, i custodi di semi di tutta Italia, gridano il loro sdegno, manifestando il loro disappunto, informando e divulgando dei rischi di questa decisione presa dal governo italiano, che per una volta ha addirittura preceduto quello europeo.

Il lavoro prezioso di chi custodisce i sapori della nostra cultura è messo in serio pericolo dall’immissione nell’ambiente di genetiche create in laboratorio

Parte così in tutto il territorio nazionale la campagna UNITI CONTRO I NUOVI OGM, nei mercati contadini, sui banchi dei raduni degli scambi di semi, chi esporrà questo cartello sarà parte della protesta, una goccia che unita alle altre sarà onda fragorosa!

Scaricate il file QUI ed esponete anche voi il giusto disappunto per questa vera e propria aggressione alla biodiversità.

Che cosa sono i nuovi OGM: le sigle NGT e TEA

Da qualche anno si sentono due sigle nuove: NGT, che sta per nuove tecniche genomiche, e TEA, che sta per tecniche di evoluzione assistita. Suonano bene e sembrano parlare di un’altra cosa. Dietro le sigle c’è quello che abbiamo sempre chiamato OGM: piante modificate in laboratorio.

Sul nome vale la pena fermarsi un momento. «TEA» si usa soltanto in Italia, e non per caso: gli italiani sono storicamente diffidenti verso gli OGM, e serviva una parola che non li ricordasse. Negli Stati Uniti, dove il pubblico accetta gli OGM con meno preoccupazioni, nessuno si prende questo disturbo: si chiama ingegneria genetica, vecchia e nuova insieme.

Chi le promuove sostiene che non siano OGM, e lo fa con un argomento solo: un OGM, dicono, è una pianta in cui è stato infilato il DNA di un’altra specie — un gene di batterio dentro al mais, per fare l’esempio classico — e qui questo non succede. Ma non è questo che dice la legge. La norma europea che da venticinque anni stabilisce che cos’è un OGM, la direttiva 2001/18, dice una cosa più semplice e più larga: è OGM ogni organismo vivente ottenuto in laboratorio senza passare dai processi naturali, cioè senza impollinazione e senza incrocio. Le nuove piante rientrano in pieno in questa definizione, perché non nascono da una pianta ma da cellule coltivate in provetta. E non lo diciamo solo noi: la Corte di giustizia europea è arrivata due volte alla stessa conclusione.

Lo dice anche un trattato internazionale che l’Europa ha firmato, il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza: per quel trattato è un organismo modificato qualunque essere vivente che abbia una combinazione di geni ottenuta con le biotecnologie. Il nuovo regolamento europeo, invece, ha deciso che queste piante non sono OGM. L’Europa si è messa in contraddizione con una propria firma, e quella contraddizione è una delle strade su cui si può ricorrere.

C’è un’ultima cosa da sapere, e serve a riconoscere il copione. L’argomento con cui ci si chiede di stare tranquilli — queste piante sono «equivalenti» a quelle naturali — è lo stesso, parola per parola, che trent’anni fa fece entrare nei campi i primi OGM. Si chiamava «sostanziale equivalenza» e voleva dire: se il prodotto finito somiglia a quello di prima, non serve controllare come è stato fatto.

Intanto in Italia le prove in campo sono già partite. La porta l’ha aperta il Decreto Siccità dell’aprile 2023, con un articolo aggiunto all’ultimo momento che autorizza le semine sperimentali: l’Italia si è mossa tre mesi prima che la Commissione europea presentasse la propria proposta, dopo vent’anni in cui il nostro territorio era rimasto libero da OGM. Oggi le prove riguardano pomodoro, vite, riso, melanzana, melo, fragola, limone e grano duro, e l’elenco delle autorizzazioni è pubblico e si allunga ogni anno.

A che cosa dovrebbero servire

Ce le presentano come la risposta al cambiamento climatico: piante che sopportano la siccità, piante che non si ammalano, meno veleni nei campi. Una promessa va giudicata da quello che ha mantenuto, non da come è stata raccontata.

Queste tecniche esistono da quindici o vent’anni. Le piante arrivate davvero sul mercato sono circa quattro. E in due casi su quattro non hanno nessuna qualità diversa dai vecchi OGM: resistono agli erbicidi. Significa che si può diserbare il campo senza far morire la coltura. Niente resistenza alla siccità, niente resistenza alle malattie, nessun risparmio di chimica: il contrario.

Poi c’è la promessa più grande, quella di sfamare il mondo. Anche questa l’abbiamo già sentita: trent’anni fa i vecchi OGM dovevano eliminare la fame. Trent’anni dopo, il rapporto delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare conta circa un miliardo di persone che soffrono la fame, centocinquantadue milioni in più rispetto al 2019. La fame non dipende da quanto cibo si produce: dipende da chi lo controlla, da come si distribuisce e da quanto costa. E c’è un dato che riguarda direttamente chi semina: negli Stati Uniti, da quando esistono le sementi OGM, il loro prezzo è aumentato del quattrocentocinquanta per cento.

C’è anche una promessa confezionata apposta per il biologico: con queste piante, dicono, coltivare senza chimica diventa più facile. Succede l’opposto. Le resistenze ottenute in laboratorio non durano, perché funghi e insetti imparano a superarle in pochi anni. Quando quel giorno arriva, chi coltiva in modo convenzionale ha sempre la chimica come rete di sicurezza. Chi coltiva in biologico no: si ritrova con una pianta che non resiste più e nessuna alternativa.

Il riso seminato in provincia di Pavia è l’esempio perfetto. È stato modificato per resistere al brusone, il fungo che fa più danni alle risaie, e ci è stato raccontato come la fine dei fungicidi. Ma il brusone muta in fretta: fra qualche anno supererà quella resistenza, e servirà un riso nuovo, poi un altro. Una rincorsa senza fine, utile soltanto a chi vende il seme nuovo ogni volta. E nei documenti ufficiali di quella stessa sperimentazione si legge una frase che dice tutto: le aziende biologiche della zona non hanno grossi problemi di brusone.

Infine una cosa che aiuta a capire perché tutti usano le stesse parole. Nel 2017 la più grande organizzazione mondiale delle aziende sementiere ha riunito a Budapest milleseicento delegati da sessantotto paesi e ha distribuito un manuale per comunicare queste tecniche al pubblico, perché — ci sono le parole esatte — in tutto il mondo arrivasse lo stesso messaggio. Dentro c’è scritto di evitare la parola «tecniche», che mette in guardia, e di preferire «metodi»; di non dire «nuove» ma «i più recenti»; di presentare tutto come una naturale evoluzione; e di cominciare sempre dai dieci miliardi di persone da sfamare e dalla crisi del clima. Era il 2017: le prime piante modificate per resistere alla siccità erano appena state provate in laboratorio e non esisteva ancora un solo risultato. Il messaggio era già pronto prima dei fatti.

Come si creano: CRISPR non è un bisturi

L’immagine che gira è quella di un paio di forbicine che intervengono con la precisione di un chirurgo, in un punto solo e in nessun altro. Non funziona così, e conviene capire perché.

Si parte da cellule coltivate in laboratorio, non da una pianta intera. Il DNA è una sequenza lunghissima fatta di quattro lettere ripetute in tutti gli ordini possibili. Lo strumento usato quasi sempre si chiama CRISPR e ha due pezzi: una guida, costruita in laboratorio, che va a cercare la sequenza di lettere scelta dal ricercatore, e una proteina, la Cas, che quando arriva lì taglia il DNA.

Il primo problema è che quella stessa sequenza di lettere, per puro caso, ricompare anche altrove lungo la molecola — e la forbice taglia anche in quei punti, lontano dal bersaglio.

Il secondo problema è più interessante, e viene raccontato ancora meno. Dopo il taglio, il ricercatore non ripara niente: è la cellula che si ripara da sé, e nelle piante lo fa nel modo più sbrigativo, rattoppando la rottura con qualche lettera aggiunta o persa a caso. Il risultato è che il gene colpito, nella maggior parte dei casi, smette semplicemente di funzionare. Spesso è proprio quello che si voleva. Ma le lettere rimescolate restano lì, e nessuno sa dire che cosa producano.

Il terzo problema smonta l’argomento che sentiamo più spesso, quello del «qui non entra DNA estraneo». Per far arrivare CRISPR dentro la cellula bisogna superare le difese che quella cellula ha costruito in miliardi di anni, e il modo che si usa è prendere virus e batteri, modificarli perché non facciano più male ma sappiano ancora entrare, e usarli come corriere. Quei corrieri, però, a volte si rompono e lasciano pezzi di sé dentro il DNA della pianta — o ci entrano interi. Quando succede, quella pianta è un OGM anche nel senso più vecchio e più classico della parola. Non è un timore teorico: negli Stati Uniti sono nati dei vitelli senza corna, presentati dai giornali come un successo dell’editing, e quando l’autorità sanitaria americana ha analizzato il loro DNA ci ha trovato dentro il corriere batterico intero, ereditato dalla madre, e con esso un gene che rende resistenti a un antibiotico.

C’è poi una cosa che le mutazioni naturali non fanno. Nel DNA esistono zone che la natura tiene al riparo, dove le mutazioni quasi non avvengono, e non è un caso: sono zone delicate, e quella protezione è servita a indirizzare l’evoluzione della pianta. Le tecniche tradizionali non riuscivano ad arrivarci. CRISPR ci arriva. Si aprono così combinazioni di geni che non sono mai passate al vaglio della selezione naturale, e di cui nessuno ha esperienza.

Ultima cosa, e tocca un tema che ci sta a cuore. Di queste piante si misura se fanno quello che devono fare; quasi mai si guarda che cosa succede intorno. Due esempi veri: la soia e la camelina sono state modificate per avere meno di un certo grasso, l’acido linolenico, perché l’olio si conservasse più a lungo e andasse meglio per i biocarburanti. Quel grasso, però, è la materia prima con cui la pianta fabbrica le sostanze profumate che le servono per difendersi e per comunicare con le altre piante e con gli insetti. E per gli animali è un nutriente che non si può fabbricare da soli: si prende solo dal cibo. Uno studio ha visto che le api nutrite con una dieta povera di quei grassi sviluppano un cervello più piccolo e si orientano peggio. Nessuno ha verificato niente di tutto questo prima di andare in campo.

L’imprecisione, però, è anche la nostra arma. Proprio perché lascia tracce, una pianta modificata resta riconoscibile da una normale, e c’è ricerca pubblica che sta mettendo a punto metodi capaci di scovare la modifica anche quando riguarda una sola lettera del DNA. Le aziende, del resto, sanno benissimo dove si trova la propria modifica: è come se avessero messo un segnalibro dentro il genoma, e lo sanno ritrovare quando c’è un brevetto da far valere. Quelle chiavi di riconoscimento, però, non le rendono pubbliche. Dire che i nuovi OGM non si possono rintracciare non è un limite della scienza. È una scelta.

Il regolamento europeo 2026/1388: che cosa cambia

La nuova norma è il regolamento europeo 2026/1388, approvato il 17 giugno 2026. Vale dal 17 luglio 2028, ma è già legge.

Come ci siamo arrivati. Nel febbraio 2024 il Parlamento europeo aveva approvato la sua posizione con 307 voti favorevoli e 263 contrari: quarantaquattro voti di margine su un testo che cambia il modo di coltivare in tutta Europa. L’approvazione finale è arrivata senza che venisse accolta una sola modifica.

Che cosa ci portano via. Il regolamento divide le nuove piante in due gruppi, e il primo gruppo — quello delle piante considerate come se fossero nate in natura — viene liberato dalle regole che in Europa valevano per gli OGM. Cadono insieme tre cose. La prima è la tracciabilità: finora ogni passaggio, dal campo al magazzino al supermercato, doveva portare con sé l’informazione; da ora non più. La seconda è l’etichetta: sulla confezione che arriva a casa nostra non ci sarà scritto niente. La terza è il controllo preventivo di sicurezza, che si faceva prima di seminare e di vendere: al suo posto resta una verifica burocratica, che serve a stabilire in quale dei due gruppi ricade la pianta e non a valutare se faccia danni. E c’è una quarta cosa: gli Stati non possono più vietare queste coltivazioni sul proprio territorio, come potevano fare con i vecchi OGM. La possibilità di dire no è stata tolta di mano ai territori.

Quanto conta il primo gruppo. Si potrebbe pensare che le piante liberate dai controlli siano un’eccezione. È il contrario: secondo la stima dell’agenzia federale tedesca per l’ambiente, con questi criteri vi ricadrebbe il novantaquattro per cento delle piante oggi ottenute con le nuove tecniche. E i criteri stessi non stanno in piedi: per rientrare nel primo gruppo si possono cambiare fino a venti lettere del DNA — un numero deciso a tavolino, senza nessuna ragione biologica — ma allo stesso tempo si possono togliere, aggiungere o capovolgere pezzi interi di DNA di qualunque lunghezza. Le due regole si contraddicono nello stesso testo di legge.

Il biologico. Il biologico, per essere certificato, non può avere OGM in nessun passaggio: era un ostacolo, e il regolamento lo ha aggirato nel modo più comodo. Ha stabilito che un campo biologico contaminato dalle nuove piante resta comunque certificato biologico. Così chi coltiva senza chimica deve difendersi dai pesticidi dei campi vicini e, da adesso, anche dal polline — senza nessuno strumento per farlo e senza nemmeno poterlo scrivere in etichetta. E la contaminazione non viaggia solo col polline: passa anche con i semi, con quello che le radici rilasciano nel terreno, con i microrganismi del suolo.

I brevetti. Qui sta il nodo più pesante, e vale la pena capirlo bene. Chi mette a punto una di queste piante la brevetta. Ma il brevetto non copre soltanto quella pianta: copre il gene modificato, e si estende a qualunque altra pianta in cui quel gene finisca e funzioni. Lo stabiliscono gli articoli 8 e 9 di una direttiva europea del 1998, la 98/44. Tradotto in pratica: se il polline del campo accanto arriva nel nostro, la pianta che nasce contiene un gene brevettato, e il titolare del brevetto può venire a chiederci conto. Non è un’ipotesi di scuola: è successo in Canada all’agricoltore Percy Schmeiser, portato in tribunale per una contaminazione che non aveva cercato. Un sistema in cui chi inquina presenta il conto a chi è stato inquinato.

Quello che ci resta in mano. Una norma, intanto, è utile e va conosciuta: le bustine di semi e le piantine di queste varietà devono portare sul cartellino la sigla NGT-1, insieme al numero che identifica la pianta di partenza. Vuol dire che un agricoltore può chiedere al vivaio di far vedere il cartellino prima di comprare, e che un consumatore può chiedere da quali semi arriva quello che mangia. E restano pubblici gli elenchi delle prove in campo autorizzate: si può sapere che cosa si coltiva vicino a casa.

Poi ci sono tre strade per opporsi. La prima è il ricorso alla Corte di giustizia europea, facendo valere la contraddizione con i trattati internazionali sulla biodiversità che l’Europa ha firmato. La seconda è cambiare la legge italiana sui brevetti, perché il brevetto resti su quello che il laboratorio ha davvero inventato e non si allarghi a tutti i campi in cui quel gene capita. La terza sono le delibere comunali: un Comune può dichiarare il proprio territorio libero dai nuovi OGM, tenerli fuori dalle mense scolastiche e dalle terre pubbliche date in affitto. È la strada più vicina a noi, quella che possiamo percorrere davvero, e comincia con una richiesta al nostro Comune.

La strada che stiamo già percorrendo

C’è una ricerca di cui non si parla mai, e che dice una cosa che chi lavora la terra sa da sempre: le piante imparano.

Una pianta non può spostarsi, quindi deve sopportare. Quando una piantina viene esposta alla siccità, o al sale, o al freddo, cambia il proprio funzionamento per resistere — e quel cambiamento le resta. La volta dopo risponde meglio e più in fretta. I ricercatori la chiamano memoria dello stress, e non è un modo di dire: negli ultimi quindici anni centinaia di studi l’hanno documentata. Si è visto che una pianta allenata a un certo stress diventa più capace di affrontarne anche altri, diversi da quello.

E qui viene la parte che riguarda noi. Questa memoria si trasmette. Passa ai discendenti attraverso il seme, e passa con le talee e con gli innesti. Una pianta cresciuta in un posto, con le sue estati e le sue siccità, consegna alla generazione dopo quello che ha imparato. È esattamente ciò che accade quando un seme viene riprodotto per anni nello stesso territorio, e poi scambiato con chi coltiva lì accanto: non si conserva un oggetto, si tramanda un adattamento.

Questa strada esiste, costa poco, non ha brevetti e funziona già. Non comparirà nei comunicati stampa, e il motivo si capisce: non si può brevettare l’esperienza di una pianta. Si può solo custodirla, moltiplicarla e passarla a qualcun altro. È quello che facciamo.

Da dove viene questa pagina. I contenuti sono tratti dall’incontro «Nuovi OGM / TEA – Come difenderci» dell’Alleanza dei Custodi di Semi del 25 giugno 2026 e dal lavoro di Daniela Conti, «I falsi miti dei nuovi OGM», a cui dobbiamo gran parte di quello che avete letto qui.

I riferimenti di legge citati sono il regolamento (UE) 2026/1388, la direttiva 2001/18/CE e la direttiva 98/44/CE, e si possono consultare per intero sul portale europeo EUR-Lex.

Pagina aggiornata a ottobre 2026.