Protocollo Cartegena, futuro sulle nuove tecniche genomiche

Il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza è da 25 anni il principale accordo internazionale per garantire che gli organismi viventi modificati (LMO/OGM) che attraversano le frontiere siano identificati, documentati e gestiti in sicurezza.

La diffusione delle nuove tecniche genomiche (NGT), come il gene editing, sta però creando un problema: non tutti i Paesi considerano allo stesso modo questi organismi e non esistono ancora criteri internazionali uniformi per identificarli.

Alla COP-MOP 11 del 2024 è emersa questa divergenza. Non è stato raggiunto un accordo sulla questione, ma con la Decisione CP-11/1 è stato stabilito che il Segretariato raccoglierà informazioni sulle normative nazionali relative alle nuove biotecnologie, in vista della COP-MOP 12.

Il punto più delicato riguarda l’Unione Europea. L’UE, storicamente molto rigorosa sulla regolamentazione degli OGM e sulla loro valutazione del rischio, tracciabilità e identificazione, sta proponendo di considerare le piante NGT della cosiddetta categoria 1 sostanzialmente come piante ottenute con metodi convenzionali. Queste piante sarebbero quindi escluse da parte degli obblighi specifici previsti per gli OGM, compresi quelli relativi all’identificazione e alla documentazione.

Secondo l’IPC (International Planning Committee for Food Sovereignty), questa impostazione potrebbe creare un problema a livello internazionale: se un Paese esportatore non identifica più determinate piante ottenute con NGT come organismi geneticamente modificati, i Paesi importatori potrebbero non avere le informazioni necessarie per riconoscerle e gestirle secondo le proprie norme di biosicurezza.

Fonte: CROCEVIATERRA, Le nuove tecniche genomiche e il futuro del Protocollo di Cartagena, Croceviaterra, 29 settembre 2026 — leggi l’articolo originale